La decimasettima quistione.
1. - È quistione attigua a queste [ «Questa nell'esposizione è l'ultima e decimasettima quistione. Qui è posta per la decimaterza a ragione dell'affinità che ha colla precedente». Syr p. 111.] , se i numeri e i corpi [ Intendi i solidi o corpi matematici. Così altrove. Vedi V. XIII § 2.] e le superficie ed i punti siano dell'essenze o no.
Giacchè, se nol sono, ci sfugge cosa sia l'ente, e cosa l'essenza degli enti.
Di fatto, le modificazioni e i movimenti e i relativi e le disposizioni e le proporzioni, non pare che dinotino l'essenza d'alcuna cosa; si predicano tutte d'un soggetto, e non è un codesto nessuna di loro. E in quelle cose che parrebbero dinotate essenze più di qualunque altra, l'acqua e la terra e il fuoco e l'aere, de' quali constano i corpi composti, i riscal- damenti [p. 1002 A] e i raffreddamenti e simili modificazioni non sono essenze; anzi, solo il corpo che le patisce, dura a modo d'un ente e d'un'essenza che è. Però il corpo, di certo, è meno essenza della superficie, e questa della linea, e la linea della monade e del punto: giacchè questi sono i termini del corpo.
2. - Ed essi senza corpo, parrebbe che potrebbero essere, mentre il corpo senz'essi non potrebbe [ Come nota l'Afrodisio (633 a 7 seg.), Aristotile argomenta nel § 1 e 2 dal meno al più, e ragiona sopra due principii che si fa dare per concessi e non discute. 1. Che ciò che termina e dà forma ad una cosa, è essenza più di ciò che è terminato e formato. 2. Che ciò che può stare in disparte di per sè, è essenza più di ciò che non può stare che con altro. Di questi due principii Aristotile non ammette assolutamente nè l'uno nè l'altro, e distinguendo, mostra nei seguenti libri in qual senso siano falsi, e in quale veri.] . Perciò la più parte ed i più antichi stimarono, che il corpo fosse l'essenza e l'ente, e quelle altre cose modificazioni sue, di maniera che i principii de' corpi fossero principii degli enti: mentre i più recenti, e quelli che hanno maggior riputazione di sapienti, credettero che codesti principii fossero i numeri.
3. - Dunque, come s'è detto, se codeste cose non sono essenza e, non c'è veruna essenza nè ente veruno a dirittura: giacchè, di sicuro, non converrà già agli accidenti loro il nome di enti.
4. - D'altra parte, se si concede questo, che le lunghezze ed i punti sono essenze più de' corpi, e non si vede però queste lunghezze e punti a quali corpi apparterrebbero (chè a' sensibili non possono) [ Avendo definito più su (§ 1). che le lunghezze, le superficie ed i punti son termini dei corpi, cerca di quali corpi siano termini, l'esser loro essenze non dovendo impedire che serbino la lor natura di termini. Ora, de' corpi sensibili non potranno essere termini: giacchè la lunghezza e la larghezza e la profondità non ci si trovano pure nè scempie ciascuna da sè. Ci bisognerebbe altri corpi e non ce n'è: dunque se i corpi non ci sono, non ci saranno neppure dell'essenze le quali non possono non esser termini di corpi. E perciò, se gli è vero che questi termini siano le uniche o le maggiori essenze, ora, che si vede che non possono essere neppur esse, bisogna conchiudere, che non ci sarà essenza di sorta.] , non ci sarebbe essenza veruna.
5. - E di più, pare, che tutte codeste cose siano divisioni del corpo, l'una in larghezza, l'altra in profondità e l'altra in lunghezza [ «Il corpo è diviso per il verso della larghezza dalla linea, per il verso della profondità dalla superficie, per il verso della lunghezza dal punto». Afrod. p. 633. 26. seg.] .
6. - Oltre di che, nel solido o c'è (Q) del pari ogni figura o nessuna [ Nel solido ci sono potenzialmente tutte le figure che si possono ridurre in atto, circoscrivendo il solido in un modo o nell'altro. Aristotile piglia per concesso questo principio, che davvero è evidente, e mostra quali conseguenze assurde ne derivino nel caso che le lunghezze, le superficie ecc. fossero dell'essenze. Però non dice esplicitamente, come in questo caso s'avrebbe a intendere quel principio, e perciò, come diventi fecondo di quegli assurdi. Bisogna pescare da sè, a quale trasformazione vada soggetto, e servirsene come di minore del raziocinio tra il principio stesso e le conchiusioni. La è, se si badi bene, che quelle lunghezze ecc. quando siano per sè essenze o esseri sostanziali che si voglia dire, per la stessa lor natura dovrann'essere in atto: e perciò tutte le figure dovranno trovarsi nel solido, non solo potenzialmente, come s'è ammesso, ma in atto: e se non ci si trovano tutte, non ci se ne può trovare nessuna. Ora, che tutte non ci siano in atto, è evidente: un tavolino quadro non è rotondo. Ma se non si trovano tutte, non ci se ne trova nessuna. Adunque, se il tavolino non sarà anche rotondo e bislungo, non potrà neppur esser quadro. Che le idee siano essenze, Aristotile lo dice in più luoghi, così di questo libro, come del primo (cap. 9. § 4 e 5): che perciò devano essere in atto, si vede da sè, e si troverà dimostrato nei libri VII, VIII e IX: e che più essenze attuali non si possono trovare in una sostanza reale concreta individua, si vedrà spiegato nel libro VII § 13. 1039 a 2 seg. Da questi tre principii risulta chiarissimamente il ragionamento di questo § 6: e perciò mi meraviglia, come nè l'Afrodisio (a. q. l. p. 633), nè S. Tommaso (Lectio XIII. g. p. 38. v. I), nè il Bonitz (p. 167) l'abbiamo inteso.] ; di maniera che, s'e' non c'è un Mercurio nella pietra, e' non c'è neppure la metà del cubo nel cubo, siccome distinta. E neppure per conseguenza una superficie: giacchè s'e' ci fosse ogni superficie [ E, per l'ipotesi, ci dovrebbero essere tutte, se ce ne fosse una sola.] , ci sarebbe anche quella che divide la metà. Dite il medesimo e della linea e del punto e della monade.
7. - Di maniera che, se pur pure il corpo è essenza, ma codeste cose lo sono di più di lui, poichè queste, non che essere dell'essenze, non sono neppure, ci sfugge cosa sia l'ente e cosa l'essenza degli enti.
8. - Di fatto, oltre agli allegati, vengon fuori degli altri inconvenienti sulla generazione e la corruzione. Giacchè pare che l'essenza quando prima non era ed ora è, o quando prima era, e di poi non è più, patisca queste vicende mediante il generarsi e corrompersi; ora, i punti, le linee e le superficie non posson generarsi o corrompersi, quando or sono [B.] ed ora non sono. Quando, di fatto, si tocchino e si stacchino due corpi, ecco, a un tratto, ora, confondersi al loro toccarsi, ora, distinguersi al loro staccarsi que' termini: di maniera che, congiunti i corpi, non sono più, anzi son begli e scomparsi; divisi, ecco che c'è que' termini che prima non erano. Perchè, di sicuro, non s'è diviso già in due il punto indivisibile.
9. - E, se si generano e si corrompono, da che mai si generano? [ L'argomento consiste nell'applicare alle divisioni dello spazio il concetto di generazione e corruzione che serve a spiegare il nascere e morire degli enti sostanziali, e mostrando che, com'esso non ha luogo nel venir fuori e scomparire di quelle divisioni, le non si possono riputare enti sostanziali. E lo prova con due ragioni: l'una, che per esse non c'è un processo generativo, § 8; l'altra, che mancherebbe una materia della generazione, § 9.] .
E un simile caso per l' ora del tempo. Neppur esso non si può generare nè corrompere: eppure, e' pare sempre che sia un' ora diverso, come quello che è un'essenza. È chiaro che i punti e le linee e le superficie sono nella stessa condizione: perchè il concetto è il medesimo; tutti sono, del pari, o termini o divisioni [ «L'istante, ora è, e ora non è più, ed è a ciascuna volta diverso, senza generazione e corruzione. Giacchè, in primo luogo, ogni generazione come ogni corruzione si fa nel tempo: di maniera che, se l'istante si generasse, dovrebbe generarsi in un tempo: e generandosi in un tempo, sarebbe e divisibile e in uno intervallo: perchè di ciò che si genera in un tempo, parte è già generato, parte si va generando, secondo le parti del tempo generandosi anche le parti di ciò che si genera. In secondo luogo, ogni cosa che si genera ha un sostrato, e all'istante non sta sotto nulla. Di sorta che, se l'istante senza generazione ed è e non è, sarà così anco delle divisioni dello spazio: e perciò le non saranno essenze». Aless. p. 684 a. 40 seg.] .