CANTO II

I.

Benchè da poi che 'l Redentor del mondo

Dimostar [ Per dimostrar.] volse un sol Dio trino et uno,

Ogni idol falso [ Fu crocifisso.] rovinasse al fondo,

Pur fra' pagani ancor ne restò alcuno;

Che li [ ogni altro Deo.] altri Dei, eccetto il ver, secondo

Debbe di nuoi [ nuoi e vuoi per noi e voi qui ed altrove.] fedel creder ciascuno,

Erano di Pluton seguaci rei,

Che la gentilità chiamava Dei.

II.

Ma per la morte, e pel misterio sacro

Della acerba passion del Verbo eterno,

Qual segnò i suoi di quel santo lavacro

Che lava in nuoi ogni peccato interno,

Restò a Plutone il mondo acerbo et acro,

E ritrarse gli fu forza all'Inferno;

Nè falso alcuno Idio restò a' cristiani,

Ma qualche illusion fra li pagani.

[7]

III.

E però a alcun di vuoi strano non paia

Se a Feraguto quella ninfa apparve,

Qual si chiamava dell'altre primaia,

O fusser corpi veri o finte larve,

Pur parea corpo quella ninfa gaia,

Se con qualche ragion debbo parlarve:

Non sciò [ sciò per so qui ed altrove; sciai e scià, scianno per sai, sa e sanno. Il Bojardo cantò: Ben scio certo che pria.... Ben sciò ch'io sosterrei (Sonetti e Canzoni, Milano 1845 pag. 32). ] come altro giudicar si possa,

Chè un spirto non si tocca in carne e in ossa.

IV.

Toccavassi [ Toccavassi per Toccavasi.] ella e ragionar se odiva,

E porse a quel baron [ Ferraù.] lo illustre scuto,

A cui, da poi che 'l suo parlar finiva,

Rispose allor sagace Feraguto:

O sii donna mortale, o eterna diva,

Eternamente ti sarò tenuto,

Che in dui perigli, fuor d'ogni speranza,

In l'un scuto mi desti, in l'altro stanza.

V.

Ma qui se fai ch'a Venere io sia grato,

Nè mi trovi in amor tanto infelice,

Ch'io non vi fui giamai aventurato,

Pur ch'io vi fussi un tratto almen felice,

Io mi reputarei sempre beato.

[ Stanza mancante del sesto verso.]

Che tanto un sol piacere a un miser vale,

Che gli rimette [ fa scordarli.] ogni passato male.

[8]

VI.

Ma non sciò, ninfa, [ dama.] se ragione o errore

Sia, che sperar mi fa di questo puoco: [ puoco per poco qui ed altrove.]

Come esser può che a quella Dea d'amore,

Che altrui suole infiammar, piaccia tal luoco?

Esser non può che in umile liquore

Produr si possa, e conservarsi, il fuoco,

Il fuoco che più al cor d'ogni altro preme,

Che mal pon stare dui contrari insieme.

VII.

Ben mostri, alto baron, vivace ingegno,

Disse la dama, e razional discorso,

Che cum la forza uniti ti fan degno

Di conseguir d'amor dolce soccorso;

Spera, che fine arai al tuo disegno,

E alla sventura tua [ E a ogni sfrenato cuor.] porrai il morso,

Quanto ad Amore e Venere si spetta,

Benchè tua mente in ciò dubbia e suspetta.

VIII.

Ma dubitar non dei, che 'l fuoco pasce

In umido [ Come in lucerna.] liquore e si conserva,

Come in vuoi il calor nativo nasce

In radicale umor, che in vita serva

Nel materno alvo l'uomo e nelle fasce, [ Quella spoglia mortal dal dì che in fasce.]

E sempre umor da morte lo preserva;

E in la lucerna piccoletta fiamma

In oleo e in altro umor se aviva e infiamma.

[9]

IX.

Però Venere infiamma e si diletta

Di quello umor che sta col caldo insieme,

Anci nel mar di spuma fu [ Ella.] concetta

Venere in cambio di genital seme;

La cosa non dirò, baron, perfetta,

Però che l'onestà la lingua preme,

Et a una donna, ancor che meretrice,

Lo inonesto parlar sempre desdice.

X.

Il viver di Saturno, e ciò che fece

Al padre suo, mi converria narrarte;

Ma questo ad uomo più che a donna lece;

Bastammi [ Bastammi per Bastami.] a dir la più opportuna parte,

E che come la fiamma in oleo o in pece,

Così in l'umor stia il caldo, dimostrarte;

Nè ti sia cosa nova e inusitata.

Che una Naiade a Vener sia dicata.

XI.

O felice colui che intender puote

Il secreto poter della natura!

O quante cose sono al mondo ignote

Che l'uomo di sapere ha puoca cura;

E se fussero a nuoi palesi e note

Procederia ciascun cum più misura.

Da te ben resto chiaro e resoluto,

Rispose a quella dama Feraguto.

[10]

XII.

Ma pregote, dapoi che mi hai promesso

Favorire [ Esser propizia.] in amore i miei disegni,

Che quando un tanto don mi fia concesso

Di amar cum frutto, me ne mostri segni;

Che sempre duolse, puoi [ puoi per poi qui ed altrove.] che in speme è messo,

A cui come sperava non li avegni:

Sicchè, dama gentil, fa' poi ch'io sapia

Quando tal grazia in mia persona capia.

XIII.

Rispose allor la vezzosetta dama:

Io sempre fui fedele a chi mi crede,

E Vener anco, e chi infedel la chiama,

Non ben dicerne [ dicerne per discerne.] quel ch'amor richiede;

Fidelità conviensi a chi bene ama,

E dir si suol che Amor sempre vuol [ ricerca.] fede;

Ma acciò ch'in breve il tuo desir consegui,

Conviene che più oltre ancor mi segui.

XIV.

Rispose quel baron: guidami pure,

Se ben volessi, giuso ai regni stigi,

Che disposto [ Son disposto, dama, condurmi. Condure per condurre, in grazia della rima. Dante cantava: La mente innamorata che donnea Colla mia donna sempre, di ridure Ad essa gli occhi più che mai ardea. (Parad. C. XXVII v. 88-91). ] mi son, dama, condure

Dove ti piace pronto a' tuoi servigi.

Ma mi bisogna [ tornarmi bisogna.] l'animo ridure

Dove lassai, io credo, Malagigi,

Il qual, se vi rimembra, in l'altro canto

Vi lassai cum ragion jocondo tanto.

[11]

XV.

Io vi lassai di ciambra già partito

Della regina, e l'uno e l'altro lieto,

Che tanto l'uno a l'altro era gradito

Che ciascun di essi ne restava quieto;

Desidra la regina che finito

Presto sia il giorno al suo piacer secreto,

E sol la notte a lei felice espetta,

Che Amore è cieco, e notte gli diletta.

XVI.

E senza altro pensare, un suo fidato

Accorto servitor chiamò quel giorno,

A cui disse, se sei, come hai mostrato,

Sempre nemico a chi mi vuol far scorno,

Prego che vadi più che puoi celato,

E Orlando trovi cavaliero adorno,

E nostro capitan, se sciai qual sia,

E questa gli darai da parte mia.

XVII.

E una lettera in mano al messo porse,

Che del suo amore il conte reavisava; [ Quale era direttiva al magno conte.]

Dopo molte proferte, il servo corse

Al finto non ma al ver conte [ cioè Orlando.] di Brava:

Il conte poi che del sigil si accorse,

La lettra prese, e altro non parlava,

Anci notando [ mirando.] il servo, in man la piglia,

In atto d'uom che assai si meraviglia.

[12]

XVIII.

Sciolsella [ sciolsella per sciolsela. Verso mancante di due sillabe.], e prima sotto [ chi la manda.] lesse

Il nome di chi a lui la scrive e manda;

Subito il resto a leger poi si messe

Di tal tenore = A te si aricomanda,

Conte, colei che per signor ti ellesse,

E sol ti apprezza, e solo ti dimanda;

Pregate, come la notte passata,

Questa altra ancor ti sia racomandata [ E pregate che come la passata, Questa altra notte sia da te trattata. ].

XIX.

Rimase il conte alle parol suspeso,

E di notte non scià, nè de che scriva;

Ma pur per coniettura ha in parte inteso

Quel che chiedea la donna, e le agradiva;

Scià ch'ella già lo amava; onde compreso

Ha che di novo in lei lo amor si aviva;

Ma pur di quel che ha letto assai si ammira,

E di novo la lettra or lege, or mira.

XX.

E alla proposta subito rispose,

E rescrisse una a lei di tal tenore:

Regina mia, nelle importanti cose

Vostre del regno sol vi mostro amore;

Ma in altre trame occulte et amorose,

Non fui mai vosco; onde pigliate errore:

Nè sta notte nè mai giacqui cum vui;

Credo ch'in cambio mio godesti altrui.

[13]

XXI.

Diede la lettra il conte al fido messo,

Che alla regina appresentolla in mano;

Ella vedendo il servo, al primo ingresso

Allegrossi, ma poi fu il gaudio vano,

Che poi che della lettra intese espresso

Tutto il tenor, le parve il caso strano

D'esser schernita, e che ciò [ il vero.] niegi il conte,

Che pure il vide seco a fronte a fronte.

XXII.

E cominciò a dolersi la regina

Allor del conte assai cum voce pia;

Lacrimando diceva: ahimè mischina,

A chi dei l'alma e la persona [ diedi l'amore e l'alma.] mia!

Ad un che fu la notte, e la mattina

Dimostra ingrato che più mio non sia;

E a me che io il vidi, e sciò che fu certo ello

Non si vergogna dir, che non fu quello.

XXIII.

Nol vedeste, occhi vui, che le fattezze

Avea del conte? io sciò che non errasti;

Ora son queste, Orlando, le prodezze

Che per mio amore usar prima pensasti?

Se pur non ti piacean le mie bellezze,

(Che poco sono) a che, crudel, le usasti?

A che sì piccol tempo le godesti,

E da me, ingrato, come vil ti arresti?

[14]

XXIV.

Forse ch'io non ti son piacciuta quanto

Credevi prima, ahimè, solo a vedermi? [ e di me resti sazio.]

Ma perchè, ingrato, tante volte e tanto

Quella notte tornasti a rigodermi?

Se allor bella non fui, come di manto

Adorna poteva altri e tu [ il dì potevi rivedermi.] tenermi?

E se a me più tornar pur non volevi,

Negarmi esser lì stato non dovevi.

XXV.

Dall'altro canto il conte Orlando stava

Suspeso assai, nè scià quel che si dire;

La cosa ben come era imaginava,

Ma non la scià per lo ben colorire;

Che essa l'avesse in fal preso pensava

Per cieca volontà, per gran desire,

Nè scià chi possa avere audacia presa

Di essere entrato in una tanta impresa.

XXVI.

Non scià come essa lui in fal pigliasse,

Nol cognoscendo al viso e al proprio aspetto,

Nè scià ch'in faccia lui rapresentasse

Salvo Milone, a lei figlio diletto,

Qual non si crede [ non crederia.] che alla madre usasse

Tanta sceleritade, tanto diffetto [ Verso con una sillaba di più.],

E stette in tal penser tutto quel giorno;

Ma il conte io lasso, e a Malagigi io torno [ Non che l'usasse, ma pensar potesse Di usarlo, alcun non scià che lo credesse. ].

[15]

XXVII.

Credendo Malagigi ritornare

Alla regina la notte seguente,

Nel mezzo di quel dolce lamentare,

Che faceva ella del suo error dolente,

Andolla Malagigi a visitare,

Che non sapea della regina [ sapeva di quel caso.] niente

Quel che dolesse, anci a lei venne allora

Cum la sembianza di quel conte ancora.

XXVIII.

Fu dalla più secreta camariera

Portata alla regina la novella,

Come ad essa il gran conte venuto era

Per visitarla, se piacesse ad ella;

Tutta turbossi la regina in ciera,

E in mille parti il sdegno la martella,

E dubita di dui qual debbia fare,

O se lo escluda, o pur lo lassi entrare.

XXIX.

Non scià quel che si far, tutta è commossa,

Non scià se contradica o se consenta,

Ma l'amor più che l'ira ebbe gran possa,

Sì che a lassarlo entrar restoe contenta;

La camariera ad introdurlo mossa,

Avanti alla regina lo appresenta,

E Malagigi non sapendo il fatto,

A lei si appresentò cum allegro atto.

[16]

XXX.

Ma ella cum sembiante assai mansueto,

Cum occhi mesti a guisa di turbata,

Non ben rispose a Malagigi lieto

Come pensò vedere alla tornata;

Ma non per questo se ritrasse adrieto;

Ma dimostra egli faccia allegra e grata, [ E ridente il baron s'estima.]

E accarecciar [ accarecciar per accarezzar.] la donna allor non resta,

Pensando che per altro ella stia mesta.

XXXI.

Ma senza altro parlarli, la regina

La lettera del conte al baron diede;

Presella [ presella per presela.] quello, e subito divina

Dove il gran sdegno di colei procede:

E più cognosce ancor la sua ruina

Che la lettra del conte in scritti vede;

La lettra lesse, e poi rivolto a lei

Disse, regina, per un scherzo il fei.

XXXII.

Tutta mutossi la regina allora,

E serenò la fronte e il suo bel ciglio,

E più che mai Orlando la innamora,

E subito le fa mutar consiglio;

Ma quietata non bene era ella ancora,

Quando a lei corse un suo fedel famiglio,

E dissele, regina, il tuo figliuolo

Si trova in gran contrasto e in maggior duolo.

[17]

XXXIII.

Il conte Orlando nostro defensore,

Venuto da ponente [ Dovrebbe invece leggersi levante.] ove il sol monta

Per defendere il stato e il vostro onore,

Credo che ricevuta abbia qualche onta;

E dir l'ho udito al tuo figliuol: Signore,

Se sta persona mai per te fu pronta,

Se mai io satisfeci al tuo desire,

Piacemmi [ Piacemmi per piacemi.] assai, ma ormai mi vo' partire.

XXXIV.

Di questo assai si duole il tuo Milone,

E li repugna, e consentir non vuole,

E vie più perchè Orlando la cagione

Tace, nè si contenta e non si duole;

Ma che offeso sia stato il gran barone

Conoscessi [ Conoscessi per conoscesi.] alla ciera e alle parole:

Però prega Milon ch'ivi tu vegni,

E che lui, se il puoi far, fra nuoi ritegni.

XXXV.

Poco cervel coprir de' la tua fronte,

E che l'hai dove la civetta [ Aver il cervello dove la civetta ha il gozzo, vuol dire non averne.] il gozzo:

Or non è qui a me presente il conte,

Che ti sian cavi li occhi, e il capo mozzo?

Rispose la regina; e a me raconte [ Così non ti vergogni, e mi.]

Una tal falsità, ribaldo e sozzo:

Sei cieco, over bevuto hai troppo vino,

Che qui non vedi Orlando paladino?

[18]

XXXVI.

Guarda il famiglio, e resta stupefatto,

E cognosce che quello è Orlando apponto:

Io non sciò, disse, come vada il fatto,

E come pria di me costui sia gionto;

Io il vidi, io lo udii pur, e corsi ratto,

Regina, a te, che sciai quanto sia pronto;

E non sciò come sia possibil questo,

Che egli di me sia giunto a te più presto.

XXXVII.

E partito [ partito per scommessa.] porrò cum chi lo accetta,

Che quel ch'io vidi, Orlando, è in sala ancora,

E parla cum Milon, che così in fretta

Venni, che certo ancor cum lui dimora.

Perchè a chi il fatto attien sempre suspetta,

Molto turbossi la regina allora;

A Malagigi guarda, e si dispone

Veder di tal novella il parangone [ parangone per paragone, prova; dall'antico francese parangon; ripetuto in seguito.].

XXXVIII.

Malagigi, che più non può coprirse,

Dispose allor finir la cosa in riso,

E volto al servo disse, che forbirse

Debbassi [ debbassi per debbasi.] ben di nuovo e li occhi e il viso,

E che debbia correndo indi partirse,

E ben cerchi mirare attento e fiso

Se più dove diceva [ detto ha.] il conte vede,

E poi ritorni, e facciane lor fede.

[19]

XXXIX.

Subito il servo senza altra risposta

Ritornò in sala ove ancor stava il conte,

A cui il servo assai vicin si accosta,

E fra se dice: io pur ti miro in fronte;

Pur veggio che quel sei; ora a sua posta

Mi accusi la regina, e facciammi [ facciammi per facciami.] onte,

Ch'io dubito assai ch'essa e il suo figliuolo

Non sian traditi, e ne ricevan duolo.

XL.

E nulla dire allora a Milon volle,

E fra se parla, e torna alla regina,

Et a lei disse: chi 'l cervel mi tolle,

Peggio [ cioè, chi dice ch'io non ho cervello, indovina peggio di quello che non veda io.] che non veggio io quello indivina;

Tu sei troppo, regina, a creder molle,

E ne potria reuscir tua gran rovina;

Orlando è in sala, e questo è certo assai,

E a vederlo tu ancor venir potrai.

XLI.

Rispose la regina: io vo' vedello,

Ch'io voglio, s'io non trovo, castigarti;

E tu, conte, se tu però sei quello,

Prego che qui mi espetti e non ti parti:

Rispose Malagigi, io son pure ello,

E per meglio voler certificarti,

Qui dentro chiuso voglioti espettare,

Fa' pur quanti usci vuoi di fuor serrare.

[20]

XLII.

Fu chiuso Malagigi, e Galliciana

Andò dove è Milone e il conte in sala;

E visto il conte, assai li parve strana

Tal cosa, e come a occel le cascò l'ala;

Chiama in amore ogni sua opra vana,

L'ira in lei [ Il sdegno.] cresce, e il desiderio cala;

Volsessi [ Volsessi per vollesi.] disperar, volse morire,

Poi che così si vide allor schernire.

XLIII.

Ma come sempre saggia e discreta,

Farne vendetta al tutto si dispose,

Ma per suo onore più che può secreta,

Ordine buono al suo disegno pose;

Molti de' suoi armò, che non gliel vieta

Alcun, che potea queste e maggior cose,

E condusseli ove era il finto Orlando,

Per legarlo prigione al suo comando.

XLIV.

Ma intanto Malagigi la mala arte,

Buona per lui, aveva oprato solo,

Che solo a un comandare e aprir di carte

Passava i muri, e se ne andava a volo;

Effigie muta, [ Muta l'effigie.] e quando vuol si parte,

E il gaudio in pene [ dolor.] muta, in gaudio il duolo:

Egli uscì fuora, e [ e dentro.] in cambio suo rinchiuso

Un spirito lassò da lui bene uso. [ uso per usato, avvezzato, adoprato.]

[21]

XLV.

Nè vi ammirate se tal cosa fa,

Che questo, a lui ch'è mastro, è cosa picola;

Un libro consecrato il barone ha

Che tutti i segni di tale arte articola; [ articola, cioè, dimostra minutamente.]

In quello ogni scongiura e forza sta

Che descrive Azael [ Azael e la Clavicola, titoli d'opere di Magia e Negromanzia.] e la Clavicola,

E però dal demonio egli è obedito

Secondo le occorrenzie e l'appetito.

XLVI.

Partisse allora egli per più destra [ cioè, per la via più comoda che può.]

Che puote, che sapea quel che importava;

Non sciò se uscisse per uscio o finestra,

O se demonio o spirito il portava;

Da l'altra parte la regina allestra [ allestra per allestisce, prepara.]

Li armati suoi, e nella ciambra entrava,

E addosso a Libichel, [ nome del folletto o demone lasciato in sua vece da Malagigi, chiamato da Dante Libicocco Inf. C. XXI.] ch'in propria forma

Del conte stava, corse quella torma.

XLVII.

Tutti cum gran furor [ Per prenderlo pregion.] contra a lui ferse,

Per far della regina ogni [ L'armata turba de Galliciana.] comando,

Che tutta l'ira contra a quel converse,

Che era in la ciambra, come a finto Orlando;

Ma Malagigi l'animo non perse,

Anci rispose bene al lor dimando,

Che a chi per darli o lo pigliar s'accosta,

Cum pugni e calci fa buona risposta.

[22]

XLVIII.

Gridava ognun: pigliamo sto mal guerzo, [ Orlando vien dai poeti e romanzieri dipinto come guercio o strabo.]

(Che così è il spirto in forma del gran conte)

Ma Malagigi lor fa stranio scherzo,

E a chi una gota rompe e a chi la fronte,

Dui fece tramortire, e occise il terzo,

E contra li altri ha ancor sue forze pronte;

E ad un di lor, che gli contrasta invano,

Tolse per forza un gran baston di mano.

XLIX.

Questo vedendo li altri, e che ben li onge, [ metaforicamente per li percuote.]

Ciascun sta largo, e il guardano alle mani; [ Chi se gli fe' vicin, stavan lontani.]

Dàlli dàlli, ciascun grida da longe,

Come quando talor son tocchi i cani,

Che abaglian [ abaglian per abbaiano, latrano.] pure, e alcun non morde o ponge,

E vanno intorno oppur stanno lontani;

Così fan quelli, e gridano sì forte

Che udito già l'avea tutta la corte.

L.

Milon vi corse, il conte, e il gran Fondrano,

Rosadoro, Arideo cum altri insieme; [ in frotta.]

Ciascun teneva o brando o spiedo in mano,

Che chi il caso non scià di peggio teme;

Allora Libichel si fa più strano, [ più stravagante, più bizzarro.]

Il baston gira, e di gran furia freme

Per provocar più il conte e li altri in ira,

Corre al nemico, grida, salta e gira.

[23]

LI.

Intanto coi compagni il conte gionse,

E il tempo prese allora Libichello,

Per non mostrarsi Orlando a Orlando, [ mostrar sua forma al conte.] assonse

Novella forma, come gionse quello;

Effigie da baston proprio si agionse,

E divenne di uno uomo uno asinello;

Io non sciò se Turpino in ciò mi inganni,

Fu uno [ questo uno.] asinello di ben sopra otto anni.

LII.

Rignando cominciò giocar de calci,

E porre ivi ciascuno in gran conquasso; [ E mentre per la ciambra un gran fracasso.]

Fra color si dimena, e con gran balci [ balci per sbalzi, salti.]

E correr, ne va assai più che di passo;

Non fa tempesta, quando scorza i salci, [ cioè quando la grandine cade con tanta furia da sbucciare i salci.]

Tanto rumor ne' campi e tal fracasso,

Quanto fa allora il spirto Libichello

Mutato (come io dissi) in asinello.

LIII.

Orlando e Rosador di riso scoppia,

Milon, Fondrano e così tutto il resto,

Pur sempre i calci l'asinel raddoppia,

E salta e corre e poi ragira presto;

L'orecchie stende, si digrigna, e doppia

Festa agli astanti poi aggiunse a questo,

E in ordine mostrò quel che in le [ ponto pose quel che in ne le.] stalle,

O ne' campi, il stallon fra le cavalle.

[24]

LIV.

E si drizzò a seguir Galliciana

Quel disonesto e intrepido asinazzo,

Ella, che vide quella cosa strana,

Si sforza vergognosa uscir d'impazzo;

Ma l'asino da lei non si allontana,

Gridagli forte ognun, pur n'ha sollazzo,

E se [ cioè, e se non fosse accaduto che la regina ne era molestata.] non pur che la regina infesta,

Scoppiato ne sarebbe ognun di festa.

LV.

Ma il conte Orlando, cavalier saputo,

Che ebbe la lettra, s'avisò del fatto,

Perchè più d'uno incanto avea veduto

Per altri tempi, imaginossi il tratto,

Che Malagigi, o chi altri, qui venuto

Fusse per eseguir questo tristo atto,

Et a quanti baron si vide avante

Disse: qui è stato qualche negromante.

LVI.

Confermò ognun quel che 'l conte prevede,

Il qual disse a ciascun che presente era:

Io sum [ latino per sono; e ciò per dar maggior solennità all'esorcismo.] Orlando, il quale in Cristo crede,

E la sua legge è sola al mondo vera;

Mostrar vi voglio la cristiana fede

Quanto potente sia, quanto sincera;

E l'asino gridò: [ cioè, gridò all'asino.] Demonio tristo,

Partiti quindi per virtù di Cristo.

Manca la continuazione

[25]

LVII.

Ebbe il gigante allora acerba pena,

Pur si ritenne in piede, e il capo quassa,

La mazza stringe et a due man la mena,

E contra a chi il percosse un colpo lassa;

Schifarlo puote il Paladino appena,

Ma pur da parte salta, e il colpo passa;

Egli è mastro di guerra, e il suo Rondello

Ai salti è assuefatto, e molto snello.

LVIII.

Schiffò quel colpo, e ben volse [ volse per volle come altrove.] il marchese,

Ma renderlo non puote a quella volta,

Chè separate fur le lor contese,

Tanto crescea de' cavalier la folta;

Sicchè Oliviero allora altra via prese,

Mostrando tra' pagani audacia molta:

Quanti ne giunge pien di rabbia e tosco,

Male integri li manda al regno fosco.

LIX.

Riconfortossi la cristiana schiera

Pel grande aiuto di quel Paladino;

Ma di Ruffardo la possanza fiera

Fa come falce di stipa o di lino:

Infernal cosa è riguardarlo in ciera,

Nè sì brutto si pinge Calcabrino; [ Calcabrino demonio nominato da Dante (Inf. C. XXI e XXII).]

E tanto adopra la ferrata mazza,

Che sempre ha intorno spaziosa piazza.

[26]

LX.

Ma Balugante cupido di sangue

Bravante il maladetto a ferir manda;

Mossessi [ Mossessi per Mossesi.] quello a guisa di fiero angue,

Se advien che 'l tosco disdegnato spanda;

Restò a tal gionta ogni cristiano esangue,

E a fugir cominciar per ogni banda;

Li più galgiardi [ per gagliardi qui ed altrove.] allor ebber paura,

Movendossi [ Movendossi per Movendosi.] il pagan de empia statura.

LXI.

Il primo che scontrò cum la fiera asta

Fu Rodoardo sir di Lamporeggio,

Galgiardo fu, ma al colpo non contrasta,

Che a terra cade, e non gli avvenne peggio [ Che il gettò a terra, e non gli fece peggio.]:

Poi che la lanza in mille pezzi è guasta,

Il brando tira, e grida: oggi preveggio

Il modo di sbramarmi a sangue e morte,

E provar quanto ogni cristiano è forte.

LXII.

Vide il Danese il danno de' cristiani,

E il suo Dudone e Bradamante appella,

Che era in la schiera delli due germani;

Costei del buon Ranaldo era sorella

Gagliarda, ardita, e da menar le mani

Atta non men che un Paladino, e bella;

Altra Camilla, [ Camilla e Pentesilea, valorose eroine rammentate da Virgilio.] altra Pentesilea,

Che armata sol per Cristo combattea.

[27]

LXIII.

Entrò la dama nel calcato stormo

Insieme cum Dudon gridando forte:

Ora canaglia insieme vi distormo, [ cioè vi sparpaglio, vi dissolvo.]

Che tutti meritate acerba morte;

Io più di vui [ da voi.] non son legata o dormo,

Che sì pensate, penso, a trista sorte:

E cum la lanza un cavalier percusse

Chiamato Armeno, e credo Armeno fusse.

LXIV.

Poi trasse il brando la gagliarda dama

E gettò morto un giovinetto al piano,

Qual da Turpino Chiariol si chiama,

D'abito e nascimento soriano,

Venuto di Soria per la gran fama

Del gran re Carlo e del popol cristiano,

E lassò il padre suo senza altro erede,

Giurando tornar presto, alla sua fede.

LXV.

Glorio, Lampruccio e Meleardo occise,

Tutti Africani, e tutti e tre di Egitto;

Col brando il capo ai dui primi divise,

L'altro di ponta fu nel cuor trafitto;

Per questo, gran terror la dama mise

Nel popul sarracin timido e afflitto,

Gettando gambe, braccia e teste a terra,

Questo urta, [ uccide.] quello occide et altri [ quello.] atterra.

[28]

LXVI.

Come se tra molti minuti schioppi

Bombarda scocca e sino al ciel ribomba,

Che non pur par che de' nemici agroppi [ cioè ristringa, rimpicciolisca.]

L'animo, ma li offende, atterra e slomba;

O se nei campi peccorelle intoppi,

Dopo altri lampi, una fulminea romba;

A parangone de altri men potenti

Par che a ferir la dama si apresenti [ Che tutte le smarisse, anci le occide, Così la dama i sarracin divide. Tal sono a parangon de altri men forti Contra pagan la dama e Dudon sorti. ].

LXVII.

Ma Dudon fa cum lei la festa doppia,

E col brando fracassa, atterra et urta,

Minaccia, fende, rompe, taglia e stroppia,

E a questo il busto, a quello un braccio scurta;

L'uno induce timor, l'altro il radoppia,

Per tener de' Cristian l'audacia surta,

Ma non men sarracin da l'altro canto

Cercano di vittoria avere [ Si sforzano portar vittoria e vanto.] il vanto.

LXVIII.

Artiro, Odrido, Buffardo e Bravante

Son contra i nostri da gran furia spenti, [ spenti per spinti.]

Come si vede a caso in uno instante

Levarsi a un tempo dui contrarii venti,

Che l'un sbatte a ponente, altro a levante,

Quel che a lor forza a caso si apresenti;

E cum tal furia l'un l'altro ritrova,

Come volesser discacciarsi a prova.

[29]

LXIX.

Scontrosse cum Odrido Bradamante,

E stordito il lassò, tanto il percosse;

Ferillo al capo la donzella aitante,

Che tutto il tramutò, tutto il commosse;

Visto quel colpo il forte re Bravante,

Stimò che un paladin la dama fosse,

E d'un gran colpo l'elmo le martella,

Di che gran poena [ latinamente per pena.] ne sostenne quella.

LXX.

Ma subito grande ira al cuor le monta,

E cum il brando il capo gli percuote,

Che 'l colpo dato a lei cum questo sconta,

E impalidir gli fece ambe le gote;

Ma il re Bravante le lassò una ponta,

Che appena ella in arcion tener si puote;

Ma per la gente ch'ivi allor si mosse,

Per forza l'un da l'altro separosse.

LXXI.

Ma cum Buffardo si scontrò Dudone,

E cum gran stizza adosso se gli cazza; [ per caccia, spinge.]

D'una mazzata il gionse in un gallone,

E poco men ch'in terra nol tramazza,

Che grande anch'esso e forte era il barone,

Perito molto in adoprar la mazza;

Ora contra a Dudon venne il pagano,

E l'uno e l'altro cum la mazza in mano.

[30]

LXXII.

Mena il gigante cum la sua ben ferma [ Il gigante la sua nell'elmo ferma.]

Mazza a Dudone, [ Al buon Dudone.] egli da parte salta,

E convien che cum senno e ben si scherma

Che troppo acerbo il sarracin lo assalta;

Ma Dudon nel costato allor gli afferma

La mazza, nè levolla allor troppo alta;

E di dolor, tanto la mazza il tocca,

Gettò il pagan la lingua fuor di bocca.

LXXIII.

Ma subito il gigante in se rivenne,

E nell'elmo a Dudon gran colpo tira:

Quasi cade il baron, pur si ritenne,

Ma monta per vergogna e doglia in ira

Tanto, che adosso a quel gigante venne,

E alla visera, dove il fiato spira,

Toccollo, e il naso talmente gli offese,

Che Buffardo per doglia a terra stese.

LXXIV.

Occiderlo volea Dudone allotta,

E per ferirlo avea già il braccio in ponto,

Ma proibillo far di nuovo lotta

Il stormo de' pagan ch'ivi fu gionto;

Fuli il disegno e la sua impresa rotta,

Che ognun fa più di se che d'altrui conto;

Vide essere egli danno e incarco espresso, [ Non volse il cavaliere in quel drapello.]

Per occidere altrui, morire anch'esso [ ello.].

[31]

LXXV.

Onde indi allor convenne dipartirse,

E lassare il gigante in terra steso,

Che gente tanta contra lui venirse

Vedea, che forse allor restava preso,

E li fu forza altrove ancor partirse,

Che alla forza ciascun misura il peso,

Ferendo va i nemici in altra parte,

Et a chi il petto, a chi la faccia parte.

LXXVI.

Così fa la donzella Bradamante,

Col brando in man gagliarda a maraviglia;

Intanto sorse il caduto gigante,

Qual nuovamente la sua lancia piglia,

E questo dietro, e quel percuote avante,

A infernal mostro nel ferir simiglia,

E tanto de ferir l'empio procaccia,

Che chi percuote occide, e li altri caccia.

LXXVII.

Mirava la battaglia allor Ranaldo,

Il quale fra' pagan stava secreta-

Mente, ma di scoprirse e d'ira caldo,

E di assalirli cum il re di Creta

Non si può rafrenar, non può star saldo,

Non può tener la mente a un segno quieta;

E una sola ora mille anni gli pare

Potere esso in persona in gioco entrare.

[32]

LXXVIII.

Bradamante ferir vedea il barone,

Cognobella all'insegna, e alla armatura,

Che in campo verde portava un leone

Di quel proprio color ch'ha di natura;

L'insegna è questa del suo padre Amone,

Piacque alla dama simil portatura:

Fu il leon poi alquanto tramutato, [ da Ranaldo mutato.]

E di integro Ranaldo il fe' sbarato.

LXXIX.

Tanto col re Cretense oprato avea

Ranaldo, che a re Carlo è fatto amico,

E battezzarsi in tutto si volea

Che di Califa fatto era nemico;

E la cagion che a questo lo movea

Ditta l'ho sopra, e più non la ridico:

E in ponto stan quando fia tempo e luoco

Di accender fra' pagani un doppio foco.

LXXX.

E per tessere alfin quel che avea ordito,

E mandare ad effetto il suo disegno,

Alla sorella prese per partito

Far di sua mente cum buon modo segno;

E presto entrò cum l'asta bassa ardito

Fra' cristian, come li avesse a sdegno,

E percosse uno apresso alla sorella,

Che in terra il fe' cadere, e turbar quella.

[33]

LXXXI.

La dama allor cum rabbioso schismo [ schismo, metaforicamente per l'atto di staccarsi donde si trovava, e scagliarsi addosso a Rinaldo.]

Verso Ranaldo si aventò col brando,

Per mandar quello, come lo esorcismo

I spiriti infernal de fuga [ de fuga, cioè precipitosamente.] in bando;

Del duol già ne sentì gran parossismo, [ parossismo, termine di medicina, esacerbazione.]

Ma non volse il baron far di rimando, [ cioè, risponderle coll'armi.]

E beffarla e fugir cominciò insieme,

Come un pazzo che scherza a un tratto e teme.

LXXXII.

Dicea Ranaldo: sei tu de' baroni

Che se chiamano in Francia paladini,

Che non potete fuora delli arcioni

Gettar li men stimati sarracini?

Se non aveste le armi e i brandi buoni,

Persi aria Carlo ormai e' suoi confini;

E tu porti il leon, superba insegna,

Per dimostrar ch'in te gran forza regna.

LXXXIII.

Per tal parole, e per la prima causa

Dello occiso baron vicino a lei,

Seguia Ranaldo senza alcuna pausa,

Per condurlo col brando a casi rei;

E per grande ira allor saria stata ausa

Entrar nel fuoco o dove stanno i Dei,

Volar al ciel, o profundarsi in mare,

Per volersi del caso vendicare.

[34]

LXXXIV.

Fugia Ranaldo, et ella seguitava

Tanto, che fuora delle schiere usciro;

Allor Ranaldo a quella si voltava,

Dicendole, sorella, assai mi ammiro

Che tanto il tuo fratello ora ti agrava,

Che dar gli cerchi l'ultimo martiro;

Se ben son stravestito e non sto saldo,

Io però sono il tuo fratel Ranaldo.

LXXXV.

E verso lei alciata [ alciata per alzata.] la visera,

Fecela chiara di quel ch'era incerta;

Visto alla faccia che quello appunto era

Ranaldo, e che ne fu la dama certa,

Depone ogni furor, jubila e spera

Che presto sua possanza sia scoperta;

E in ben di Carlo, e danno de' pagani,

La vittoria per lui fia de' cristiani.

LXXXVI.

Dopo molte parol [ troncamento licenzioso.] tra lei e lui,

Ranaldo le contò lo ordine dato

Col re d'Oranio e i capitanei sui,

Sì come per adietro hovvi narrato;

Onde sogionse, a te prima che altrui

Il mio penser secreto ho revelato,

Acciò che vadi al capitan Dainese,

E quel ch'io a te, tu a lui facci palese.

[35]

LXXXVII.

Digli che in ponto cum due squadre stia

Cum qualche, che a lui piaccia, baron franco;

E che quando levato il rumor sia

Nel campo de' pagan, venga per fianco,

Che de venir lì avrà secura via,

Nè può venirne tal disegno a manco;

Egli da lato, e nuoi da la codazza,

Porremo a morte li inimici e in cazza. [ cazza per caccia, fuga.]

LXXXVIII.

E senza spia che gli riporti quando

Comparir deva, digli che pur presto,

Che il cominciar tal cosa è a mio comando,

E che il troppo tardar mi è già molesto;

Comincierò adoprar subito il brando

Ch'io pensi che ciò a lui sia manifesto.

Vanne, sorella, e digli che non erri,

Che oggi vittoria aranno i nostri ferri.

LXXXIX.

Inteso ch'ebbe Bradamante il tutto,

Verso Parigi punse il suo destrero,

E come ben Ranaldo avea condutto

Il suo disegno, disse al franco Ugiero;

A cui, poi che l'udì, non parve brutto

Del buon [ L'ordine di.] Ranaldo l'ordine e il [ e il suo.] pensiero,

Anci per darli cum prestezza effetti

Ebbe dui capi cum lor squadre elletti.

[36]

XC.

L'uno fu Namo, e l'altro Ricciardetto,

La sesta schiera ha quel, questo la nona.

Et ad ambi narrò tutto l'effetto,

Perch'esso andar non vi volse in persona;

Che un capitanio generale elletto,

Raro o non mai l'esercito abbandona;

E però a quelli revelò il secreto,

Di che ciascun di lor funne assai lieto.

XCI.

Così per via dove non fusser visti

Cum le lor schier li capi se avioro

Per ritrovare i sarracin sprovisti,

E contro essi adoprar le spade loro;

Spera ciascun di far solenni acquisti,

Poi che del tutto bene instrutti foro:

Ma vadan quelli, io tornerò al Danese,

Che ove è Carlo rimase, e ad altro attese.

XCII.

Per impedir che quei ch'erano in fatti

Tenessero ivi il lor combatter saldo,

Nè adietro fusser dal rumor retratti,

Quando l'assalto arà fatto Rainaldo,

Cum stratageme e ingeniosi tratti,

Di che esser debbe sempre un capo caldo,

Gano mandò [ Cum trenta milia.] cum la settima schiera,

Dove la prima pugna in gran colmo era.

[37]

XCIII.

Cum trenta milia di sue genti pronte,

E cum molti di [ Primo a ferir.] suoi conti malvagi,

Entrò in battaglia il Magazense conte,

E secco [ secco per seco.] avea Beltramo e Bertolagi,

Falcon, Sanguino, Spinardo e Lifonte,

Anselmo, Pinabello et Aldrovagi,

Cum altri molti che ridir non stimo,

Ma Gano fu cum l'asta al ferir primo.

XCIV.

Rupe la lanza proprio a mezzo il scudo

Di Medonte di Dacia cavaliero,

Che li cacciò fuor della schena il nudo

Ferro dell'asta, sì fu il colpo fiero;

Poi trasse il brando e nequitoso e crudo

Il capo fesse a Corifonte arciero;

Di Dacia fu costui, a Odrido caro,

Ma non gli fu a quel colpo allor riparo.

XCV.

Ma Balugante dello assalto accorto,

Mandò nella battaglia Ardubalasso,

Qual percosse Dudone, e come morto

In terra lo gittò cum gran fracasso;

E pria che fusse quel baron risorto,

Fu preso, ancor pel colpo afflitto e lasso;

Nè puote esser soccorso allor Dudone,

Che a Balugante fu dato pregione.

[38]

XCVI.

Per il nuovo soccorso, e la gran forza

Di Ardubalasso li cristian fugiro,

E la furia schifar ciascun si sforza,

E li più forti allora si smarriro;

L'ardir di molti quello assalto amorza,

E qual Bufardo fuge, e quale Artiro,

Chi Odrido schifa, e chi Bravante fuge,

Dove salvarsi spera, ognun rifuge.

XCVII.

Grida Olivier cum voce minacciante, [ e grida Bradamante.]

E grida Gano: ove fugite voi?

Seguitene cristiani, andiamo avante,

Volete abbandonar re Carlo e nuoi?

Re Carlo anch'esso pure ha genti tante,

Che a tempo manderà soccorso ai suoi:

Non dubitate, ognun torni a ferire,

Che la gloria de un forte [ de un forte l'onore.] è un bel morire.

XCVIII.

Ardubalasso intanto ed Oliviero

Cum furia estrema si affrontaro insieme;

Ferì questo il pagan sopra il cimiero

Cum furia tanta e cum tal forze estreme,

Che poco men che nol cacciò al sentiero;

Ma pur di doglia esterminata il preme,

E se non era allor l'elmo sì forte

Condutto era Olivier pel colpo a morte.

[39]

XCIX.

Ma buona pezza stette strangosciato

Per quel gran colpo il paladin marchese,

E pregione era, se non era aitato

Da Ganelon che a forza lo difese;

Prese una lanza, e nel sinistro lato

Percosse Ardubalasso e a terra il stese,

Chè contra lui sì inopinato venne,

Che 'l sarracino in sella non si tenne.

C.

Resorse intanto il gran signor di Vienna,

E forte combattea col brando in mano;

Così fa Gan che tocca e non accenna,

E questo occide e quel riversa al piano;

Ma non val lor cum brando e cum antenna

Ferir, che sol sono Oliviero e Gano

Or capi tra' cristiani in tal tenzone,

Preso [ Che preso.] è Dudone, Astolfo e Salomone.

CI.

E Bradamante col suo Ricciardetto

Si pose in schiera come fu ordinato,

Per far col sir di Montalban l'effetto,

Che di sopra poco anzi io vi ho narrato;

Però il Danese che avea tal respetto,

Vuol che sia aiuto ai combattenti dato,

E in battaglia Turpin presto mandava

Cum la sua schiera di ordine la ottava.

[40]

CII.

E subito parlò del fatto ordito

Contra' pagani al sacro imperatore,

Et ordinosse allor che Carlo uscito

Cum la sua schiera de ordinanza fuore,

L'inimico da un canto abbia assalito;

Sentendo in quella parte il gran rumore,

E inteso di Ranaldo il duro assalto,

In quella parte [ Ordine fu.] allor debbia far alto.

CIII.

Turpino intanto tanti fatti fece

Ch'io non ricordo e cum brando e cum lanza,

Che parve un fuoco entrato nella pece,

Che Dio li accrebbe il lustro e la possanza;

Tutte le schiere de' Cristian refece,

Tal che ciascun di lor prese speranza;

E in questo assalto de' forti cristiani

Gran danno e occision fu fra' pagani.

CIV.

Ma Balugante manda Marcaluro

A soccorrer pagan già posti in fuga,

Qual nequitoso e di superbia duro,

Dove entra li cristiani atterra e fuga;

Ma Ranaldo che vede il caso oscuro

Delli occisi cristiani, il fronte ruga,

E tratto il brando, se n'andò dove era

Non distante Califa e la sua schiera.

[41]

CV.

Ranaldo avendo l'abito pagano

A Califa accostossi cum buon modo,

E dielli sopra il capo un colpo strano,

A guisa che si caccia in legno il chiodo;

Trovol sprovisto, e riversollo al piano,

Benchè fusse quel re gagliardo e sodo;

Nè allora ebbe altro mal, ma il buon Ranaldo

Mostrossi allora di gran furia caldo.

CVI.

E cum il brando mena gran tempesta,

E facea colpi fuor d'ogni misura;

A chi braccia tagliava, a chi la testa,

E chi fendeva insino alla centura;

E tanto l'occhio aveva e la man presta

Che facea a un tempo il danno e la paura;

Sempre gridando: adosso alla canaglia,

Che vincitor serem della battaglia.

CVII.

Vedendo questo i sarracin smarriti,

Che non scian ciò che questo dir si voglia,

E vedendo li morti e li feriti

Da sì gran colpi, tremano qual foglia;

E se vi erano alcun delli più arditi,

Che de offender Ranaldo avesser voglia,

Egli col brando sì li acconcia e sbatte,

Che tutti o occide, o cum gran furia [ o vero al tutto occide o in terra.] abbatte.

[42]

CVIII.

Intanto Bradamante si scoperse

Cum li fratelli e la sua ardita schiera,

E le cristiane insegne al vento aperse

E entrò per fianco dove Ranaldo era;

Questo quel stormo allor tutto disperse, [ Allor pagano alcun più non sofferse.]

Vedendosi assalito [ L'assalto..... tradito.] a tal mainera:

Restò all'assalto ognun da se diviso,

Che assai spaventa uno empito improviso.

CIX.

In altra parte [ Dall'altro canto.] poco a quei distante

Mossessi [ Mossessi per mossesi.] Namo e tutta la sua gente,

E ove è Tricardo allor [ dove Marcallar.] si trasse avante

Cum la schiera serrata arditamente;

Non vi fu [ fu allor.] sarracin tanto constante

A cui non vacillasse allor la mente,

Vedendossi così desordinare,

Nè più si scianno in qual parte guardare.

CX.

Mosso non si è Doranio ancora contra

A' sarracin, ma tempo e luoco espetta,

Che se peggio a' cristiani non incontra,

Senza scoprirse spera la vendetta;

Vede che quanti il buon Ranaldo scontra,

Tutti col brando li investisse [ investisse cioè investisce o meglio investe.] e affetta,

Onde in lui spera, e ancor riposa alquanto:

Però posando anch'io fo fine al canto.

[43]

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